ott 24

E così, tornando a casa una sera di Ottobre, mentre la pioggia cade flemmatica davanti a te e Lene Marlin sta cantando mangiandosi le parole, senti l’impulso. L’impulso a condividere una cosa che hai letto qualche giorno fà.
Dopo 4 tentativi di login a vuoto nel blog, che non aggiorni da quando giravi in compagnia del tuo amico brontosauro Jerry, riesci ad arrivare alla agognata paginetta bianca, compagna indiretta di tante avventure.
Che ti guarda, pronta.

Ho imparato a pormi una domanda ogni sera prima di addormentarmi:
cosa hai fatto oggi per realizzare il tuo sogno, la tua libertà?
Alla seconda sera in cui mi sono risposto: ‘Niente’,
ho capito quanto in fondo una parte del problema fossi io.
Quindi, o smettevo di lamentarmi o iniziavo a darmi da fare.
“E’ una vita che ti aspetto” – Fabio Volo

Mi è balzata agli occhi l’altro giorno per caso… ma è da sempre che ci penso.
Quante volte mi è capitato di infilarmi a letto e di pensare: “Quindi?”
“Quindi che cosa è successo oggi? Cosa posso dire di aver fatto?”

E, ben inteso, si parla di cose serie. Non di quello che ho fatto a lavorare, in casa o  la sera con gli amici.
Qui si parla di realizzare un sogno. Di muoversi verso quello che abbiamo nel profondo dell’anima.

Poi ci penso un attimo e realizzo. Realizzo che io, un sogno vero e proprio… non ce l’ho. O almeno, nella misura in cui il buon Fabio lo intende (credo).
Non voglio fare carriera, quelle poche cose che voglio avere le ho già, in pratica.
Il mio sogno è avere quella che il 75% delle persone reputano una vita normale. Una famiglia, una vita tranquilla. E questo…. o viene o viene. Non è che ti puoi impegnare a realizzarlo. Non puoi “darti da fare”.

Parlandone con una persona, mi è stato citato questo (con l’ovvio tentativo di tirarmi su di morale):

Non sentirti in colpa se non sai cosa fare della tua vita: le persone più interessanti che conosco a 22 anni non sapevano che fare della loro vita, i quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
The Big Kahuna

Ma non penso proprio sia così. Arrivare a quarant’anni senza sapere dove andare a parare, è un forte sintomo di immaturità. (Poi magari tra 13 anni rileggo sto post e mi riempio di insulti da solo…).

Forse la verità, la cosa giusta da fare, sta nel mezzo.
Vivere la propria vita, cercando cose nuove con la giusta serenità e curiosità, senza diventare schiavi della ricerca. Senza far diventare il proprio sogno un incubo, una ossessione, una malattia dell’anima.

Se alla fine ti realizzi…. complimenti.
Se non riesci…. avrai comunque vissuto una vita piena per il possibile.

4 Responses to “Where I’m Headed”

  1. Freddy Says:

    voglio esserci tra 13 anni a leggere gli autoinsulti!!! :P

  2. Dani/Hachi Says:

    Quoto tutto… gran post Yasu ;)

  3. Sissi Says:

    parli sempre bene! :-)

  4. Jack Says:

    ah si si, però poi quando si tratta di applicare……… :)

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